Gestire il conflitto nel team: un approccio in cinque fasi

Di Anna Di Girolamo

Il conflitto fa parte del gioco

La qualità con cui un team attraversa il disaccordo è uno dei segnali più affidabili della sua maturità e della sua efficacia nel tempo; il problema, infatti, non è il conflitto in sé ma il modo in cui viene gestito.
La mia esperienza nelle aziende mi ha portata nel tempo a costruire un “modello” che possa aiutare le squadre a stare nel conflitto in modo sano, costruttivo e generativo.
Quella che segue non vuole essere una guida da applicare in maniera standardizzata, ma un insieme di suggerimenti e buone pratiche per orientarsi in modo maggiormente consapevole.

  1. Costruire le premesse

La gestione del conflitto non inizia quando esplode. Inizia prima, quando il team definisce le proprie fondamenta relazionali condividendo esplicitamente tre elementi:
– gli obiettivi comuni che il team si sta impegnando a raggiungere
– i valori che guidano atteggiamenti, comportamenti e scelte del team
– le regole di ingaggio per i momenti di conflitto, ovvero cosa faremo/non faremo quando saremo in disaccordo.
Affinché funzioni, questi elementi devono essere esplicitati e condivisi da tutti i membri del team in un momento di calma e in assenza di tensioni, così da diventare la cornice di senso che guiderà i comportamenti; ad esempio, se un valore è il rispetto e una regola di ingaggio è quella di non alzare la voce, quando uno dei membri del team uscirà fuori strada, gli altri lo aiuteranno richiamando quanto concordato tutti insieme.

  1. Definire il perimetro

Una volta che il conflitto è in atto, è importante definirne chiaramente i contorni.
I conflitti mal gestiti si espandono: da un episodio specifico si passa ai giudizi sulla persona, da una discussione tecnica si arriva a tirare in ballo episodi di sei mesi fa.

Definire il perimetro significa tenere la conversazione ancorata a qualcosa di concreto e circoscritto: a quale situazione specifica ci stiamo riferendo? Non è una limitazione — è la condizione che rende la conversazione produttiva.

Un segnale da tenere d’occhio è il linguaggio delle generalizzazioni assolute: “non ascolti mai“, “arrivi sempre in ritardo”. Questi termini spostano il confronto dall’episodio alla caratterizzazione dell’altro, e la difensività diventa quasi inevitabile. Sostituire il mai e lo sempre con riferimenti puntuali è un atto di precisione che protegge la relazione.

  1. Orientarsi al risultato

Prima di entrare in una conversazione difficile, vale la pena porsi due domande: perché è importante gestire bene questo conflitto? E quale risultato vogliamo ottenere?

Non sono domande retoriche. Servono a spostare il fuoco dalla dinamica reattiva — chi ha torto, chi ha ragione — a una prospettiva orientata al futuro.

In questa fase aiuta distinguere tra la dimensione esplicita e quella implicita del conflitto. Gli elementi espliciti sono quelli dichiarati: i contenuti, le posizioni, le richieste. Quelli impliciti sono le motivazioni che spesso non vengono nominate: il bisogno di riconoscimento, la percezione di ingiustizia, il timore di perdere influenza. Lavorare su quello che sta sotto la superficie — gli interessi reali, non le posizioni di facciata — aumenta molto la probabilità di arrivare a soluzioni che reggono nel tempo.

  1. Chiarezza emotiva

La qualità di una conversazione difficile dipende molto da come ci si arriva.
Tre domande da farsi prima di entrare nel confronto.

La prima riguarda la relazione: come voglio che l’altro si senta nel corso di questa conversazione? Sentirsi rispettato e ascoltato — non necessariamente d’accordo — è la condizione che facilita l’apertura. Identificare in anticipo gli atteggiamenti e le parole che possono produrre questo effetto è un lavoro di preparazione tanto importante quanto definire i contenuti.

La seconda riguarda il linguaggio: quali parole è utile usare? Le parole non sono neutre. Descrivere un comportamento è strutturalmente diverso da valutare una persona. La consapevolezza emotiva — riconoscere e regolare le proprie emozioni prima di agire — è una competenza decisiva nei contesti ad alta tensione relazionale.

La terza è una verifica di coerenza: quello che sto per fare e dire è allineato con i valori e le regole che ci siamo dati? Non è un controllo formale. È il momento in cui si decide se si vuole davvero gestire il conflitto, o semplicemente vincerlo.

  1. Creare il contesto

Anche il contenuto più ben preparato può naufragare se il contesto non è favorevole.

Il primo elemento è la scelta del momento. Una conversazione difficile sotto pressione, a fine giornata, o in uno spazio pubblico raramente porta da qualche parte. Scegliere un momento adatto per tutti è un atto di rispetto — e di strategia.

Il secondo è l’orientamento all’ascolto. In una conversazione tesa, l’impulso naturale è difendere la propria posizione o prepararsi alla risposta mentre l’altro sta ancora parlando. Invertire questa tendenza — ascoltare per capire, non per replicare — è una delle competenze più difficili e più decisive nella gestione del conflitto.

Il terzo è un cambio di prospettiva: si entra nella conversazione non per difendere le proprie posizioni, ma per riconoscere quelle dell’altro. Riconoscere non significa concordare: significa che l’altro si sente visto. È spesso il passaggio più controintuitivo, e quasi sempre quello che sblocca le situazioni di stallo.

L’obiettivo di questi passaggi non è quello di evitare o ridurre i conflitti, ma quello di dare al team degli strumenti per attraversarlo in modo efficace; le cinque fasi non sono rigidamente sequenziali: alcune si sovrappongono, altre richiedono di essere rivisitate, altre ancora verranno inizialmente agite con poca convinzione per poi diventare più efficaci col tempo. Quello che le tiene insieme è un’idea di fondo: ogni conflitto ben gestito consolida le dinamiche di team. Il tempo, l’allenamento e la pazienza trasformeranno i momenti di divergenza in opportunità di crescita – personale e di squadra.

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