Categoria: Project Management

Di Marco Passarella

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Organizzare un evento scolastico sull’intelligenza emotiva potrebbe sembrare un’attività spontanea, guidata dall’entusiasmo e dalla buona volontà. Ho applicato le metodologie di Project Management a un contesto “morbido” come quello delle emozioni dei bambini, ed è accaduto qualcosa di sorprendente: la struttura non ha soffocato la creatività, ma l’ha amplificata. Questo è ciò che ho scoperto organizzando insieme a mia moglie il Pop-UP Festival, un’iniziativa internazionale promossa da Six Seconds e UNICEF per celebrare la Giornata Mondiale dell’Infanzia.

 

L’intelligenza emotiva: integrare cuore e mente

Quando si parla di intelligenza emotiva, si rischia spesso di cadere in un equivoco: pensare che si tratti semplicemente di “essere gentili” o di “esprimere i propri sentimenti”. La realtà è profondamente diversa e molto più interessante.

Secondo il modello Six Seconds, l’intelligenza emotiva (EQ) rappresenta la capacità di integrare pensieri ed emozioni per prendere decisioni ottimali. Non si tratta quindi di negare la razionalità in favore del sentimento, né viceversa, ma di creare un dialogo fruttuoso tra questi due mondi che troppo spesso vengono percepiti come antagonisti.

Perché coltivarla fin dall’infanzia? Immaginate un bambino che, di fronte a un compagno che gli sottrae un giocattolo, invece di reagire impulsivamente con rabbia o ritiro, riesce a:

  1. Riconoscere la propria emozione: “Mi sento arrabbiato”
  2. Comprendere cosa l’ha scatenata: “Volevo giocare con quel giocattolo”
  3. Scegliere consapevolmente una risposta: “Posso chiedere di giocare insieme?”

Questo processo, apparentemente semplice, richiede un’alfabetizzazione emotiva che non è innata, ma si costruisce gradualmente. Coltivarla fin da piccoli significa fornire ai bambini una bussola interiore che li accompagnerà per tutta la vita, aiutandoli a navigare relazioni complesse, gestire fallimenti e costruire resilienza.

Il vantaggio educativo è evidente: bambini con un’alta intelligenza emotiva mostrano migliori capacità di concentrazione, relazioni più sane con i loro coetanei e una maggiore propensione alla risoluzione creativa dei problemi.

 

L’intelligenza emotiva nel mondo del progetto: un superpotere nascosto

Ma cosa succede quando trasportiamo questa competenza nel contesto professionale, specificamente nel mondo del Project Management? La risposta è che l’EQ diventa uno dei fattori più predittivi del successo di un progetto, e anche se da tempo il Project Management Insitute l’ha inserita tra le power skill del triangolo dei talenti del Project Manager, si fa ancora fatica a comprenderla e ad applicarla.

Un Project Manager con un’elevata intelligenza emotiva non si limita a gestire milestone e deliverable. Fa qualcosa di più sottile e potente:

  1. 1. Percepisce i rischi invisibili

I progetti falliscono raramente per ragioni puramente tecniche. Più spesso, sono le tensioni non dette, i conflitti latenti nel team, le resistenze silenziose degli stakeholder a creare i veri ostacoli. Un PM emotivamente alfabetizzato sente queste dinamiche prima che esplodano, cogliendo i segnali deboli nel tono di una email, nel silenzio durante una riunione, nella diminuzione dell’engagement di un membro del team.

  1. Ingaggia gli stakeholder autenticamente

Durante l’organizzazione del festival, il rischio più grande che abbiamo affrontato è stato proprio questo: trovare volontari sufficienti per gestire le cinque stazioni del laboratorio. La prima richiesta in una riunione preliminare (“Cerchiamo volontari disponibili il giorno X”) aveva generato un’adesione insufficiente: molte persone per la seconda giornata, ma solo due per la prima.

Abbiamo provato una strategia di coinvolgimento: un sondaggio Google per far scegliere le attività del festival, rendendo tutti partecipi del processo decisionale. Ma la situazione non è cambiata. A dodici giorni dall’evento, eravamo ancora scoperti.

Ho deciso allora di cambiare completamente registro. Ho scritto un messaggio su WhatsApp che non chiedeva genericamente “disponibilità”, ma parlava alla persona: spiegava esattamente cosa avrebbero dovuto fare (“guidare piccoli gruppi di massimo 8 bambini”), quanto tempo serviva (“solo 1 ora”), cosa avrebbero ricevuto (“tutto il materiale già pronto”), e soprattutto trasmetteva sicurezza (“non serve preparazione particolare”).

Risultato: in 48 ore due nuove mamme si sono aggiunte e una si è spostata dalla prima alla seconda giornata, garantendo la fattibilità dell’evento con cinque volontarie.

Questa è stata la prova che l’intelligenza emotiva applicata allo stakeholder engagement funziona: capire che le persone non rispondono tanto alla logica del bisogno (“servono volontari”), o alla razionalità delle spiegazioni delle attività da fare, quanto alla chiarezza, alla rassicurazione e al sentirsi capaci di contribuire.

  1. Naviga l’incertezza mantenendo la bussola

I progetti raramente si svolgono secondo il piano originale. Requisiti che cambiano, risorse che vengono a mancare, priorità che si spostano: l’incertezza è la norma, non l’eccezione. Un PM emotivamente intelligente non solo mantiene la propria calma di fronte a questi cambiamenti, ma trasmette sicurezza al team, trasformando potenziali momenti di panico in opportunità di adattamento creativo.

E il primo team da rassicurare era proprio quello che avevo in casa. A un giorno dal primo evento, l’atmosfera era tesa. Nessuno di noi – io, Kartika e le nostre figlie che ci avrebbero aiutato durante il festival – era entrato davvero a fondo nel contenuto delle attività. C’erano domande sospese nell’aria: “Funzionerà davvero? I bambini capiranno cosa fare? Le istruzioni sono chiare?”

La soluzione è arrivata proprio da quello che in gergo agile si chiamerebbe un “test di usabilità”: abbiamo coinvolto le nostre figlie, perfettamente in target con 7 e 9 anni, per provare a casa tutte e cinque le attività. Questo prototipo casalingo è stato molto più di una prova tecnica: è stato un momento che ha tranquillizzato tutti.

Abbiamo visto cosa funzionava immediatamente, dove i bambini si bloccavano, quali istruzioni erano chiare e quali confuse. Le nostre figlie si sono divertite, hanno completato le attività con entusiasmo, e quella tensione che aleggiava in casa si è dissolta. Abbiamo preso i loro lavori e li abbiamo portati all’evento, disponendoli sui tavoli come mock-up reali.

Questo ha avuto un triplo effetto positivo: i bambini del festival potevano vedere un esempio concreto di cosa fare, i volontari avevano un riferimento visivo immediato, e noi come famiglia-team siamo arrivati al giorno dell’evento con la sicurezza di chi ha già testato il prodotto. A volte la migliore gestione dell’incertezza non è pianificare di più, ma sperimentare prima.

 

Metodologia e struttura: il Project Charter come punto fermo

Nonostante stessimo organizzando un evento ludico-educativo per bambini, ho deciso sin dall’inizio di trattarlo come un progetto professionale vero e proprio. Questa scelta, apparentemente eccessiva (soprattutto per mia moglie), si è rivelata fondamentale.

L’approccio ibrido: Waterfall con anima Agile

Per la pianificazione generale ho adottato un ciclo di vita Predittivo (Waterfall):

  1. Scadenze fisse (19 e 26 febbraio)
  2. Budget zero (vincolo assoluto)
  3. Logistica complessa (due sessioni, cinque stazioni, gestione volontari)

Tuttavia, ho mantenuto un’anima fortemente Iterativa che si è rivelata cruciale. Dopo la prima giornata abbiamo fatto una vera e propria retrospective: ci siamo seduti e abbiamo analizzato cosa aveva funzionato e cosa no. È emerso chiaramente che la seconda giornata, dedicata ai bambini di 3-5 anni, richiedeva un adattamento sostanziale.

Ma l’anima Agile non si è manifestata solo nella retrospective. Ci siamo resi conto che non potevamo più permetterci di arrivare all’ultimo momento per analizzare a fondo le attività, come era successo prima della prima giornata. Questa consapevolezza ci ha portato a un cambio importante: abbiamo sostituito un’attività inizialmente prevista con qualcosa di più adatto ai bambini piccoli.

È nata così l’attività “Respirare con le onde del mare” – quella che poi si è rivelata il momento di maggior successo dell’intera seconda giornata. E qui, va detto, c’è stato anche un pizzico di quella fortuna che nei progetti ben organizzati sembra arrivare più spesso: la mamma volontaria che doveva guidare questa attività è venuta con il suo compagno, che di mestiere fa l’animatore per bambini. Ha guidato lui quel momento in modo semplicemente fantastico, creando un’esperienza davvero speciale.

Questa ibridazione tra Waterfall e Agile non è stata un compromesso, ma una scelta consapevole: la struttura predittiva garantiva stabilità rispetto ai vincoli esterni, mentre la flessibilità iterativa permetteva l’ottimizzazione continua dell’esperienza – e soprattutto ci ha insegnato a imparare più velocemente dai nostri stessi errori.

Il Project Charter: molto più di un documento formale

In un contesto di volontariato scolastico, dove i confini sono naturalmente sfumati e le aspettative spesso implicite, il Project Charter è stato la mia arma segreta. Questo documento, apparentemente burocratico, ha avuto tre funzioni cruciali:

  1. Definire i vincoli senza ambiguità

Scrivere nero su bianco che “ogni bambino deve essere accompagnato da un adulto per tutta la durata dell’evento” ha evitato un potenziale disastro. Senza questa clausola esplicita, l’evento rischiava di trasformarsi in un servizio di babysitting, tradendo completamente la filosofia della connessione genitore-figlio che era al cuore dell’iniziativa. Il vincolo è stato esplicitato chiaramente in tutti gli inviti usati per la promozione dell’evento.

  1. Creare deliverable che costruiscono fiducia

Uno degli elementi chiave del nostro Project Charter è stato un deliverable specifico: una guida operativa completa per l’associazione dei genitori, con la descrizione dettagliata di tutte le attività e l’elenco esaustivo dei materiali necessari.

Quando abbiamo inviato questo documento a Sandra, che potremmo definire un po’ la nostra sponsor, la sua reazione è stata immediata. Non era abituata a ricevere documentazione così strutturata per eventi scolastici. Quel documento non era solo “informazione”: era professionalità tangibile, era la dimostrazione che avevamo pensato a tutto, che eravamo affidabili.

Da quel momento, Sandra ci ha sostenuto in tutto e per tutto. Questo è ciò che un buon Project Charter fa: non protegge solo il progetto, ma costruisce capitale relazionale con gli stakeholder chiave.

Il Digital Toolkit: quando la preparazione incontra l’empatia

Una volta risolto il problema del reclutamento dei volontari, rimaneva la sfida più delicata: far capire alle persone che non servivano formazione specialistica in psicologia o educazione emotiva per gestire autonomamente le stazioni del laboratorio.

  1. La soluzione è stata creare un Digital Toolkit inviato via WhatsApp, che combinava:
  2. Un riassunto rapidissimo del concetto e del compito di ogni stazione
  3. La scheda tecnica ufficiale Six Seconds come approfondimento
  4. Un messaggio rassicurante: “Non serve essere psicologi, serve solo presenza e gentilezza”

Questo approccio ha fatto la differenza. I volontari sono arrivati preparati, sicuri e autonomi. Nessuno ha chiesto ulteriori spiegazioni il giorno stesso. Abbiamo rispettato l’intelligenza emotiva delle persone: i volontari non avevano bisogno di un manuale di 50 pagine, ma di chiarezza, sicurezza e fiducia nel fatto che potessero farcela.

 

Inspect & Adapt: ripensare l’esperienza per i più piccoli

La prima giornata del festival, dedicata ai bambini della scuola primaria (6-12 anni), è stata un successo. Le attività proposte – la “Goal Pizza” (visualizzare i propri obiettivi in forma di pizza divisa in spicchi), la “Catena dei desideri”, la “Medaglia dell’amicizia” – avevano funzionato perfettamente. I bambini erano concentrati, partecipi, ingaggiati.

Ma, come accennato in precedenza,tra la prima e la seconda giornata, io e Kartika ci siamo fermati a riflettere. La seconda sessione era dedicata alla scuola dell’infanzia: bambini di 3-5 anni. E ci siamo resi conto di una verità semplice ma fondamentale: non potevamo riproporre lo stesso format.

Cinque attività statiche attorno a tavoli separati, per quanto ben progettate, non avrebbero funzionato con bambini così piccoli. La loro capacità di attenzione è diversa, il bisogno di movimento è maggiore, l’astrazione cognitiva è limitata.

Abbiamo quindi ripensato completamente l’agenda, strutturandola in modo più dinamico e progressivo:

  1. Inizio tutti insieme: Costruzione di coroncine di carta con il proprio nome e un animaletto. Questo crea identità e appartenenza al gruppo.
  2. Momento narrativo centrale: Lettura de “Il mostro dei colori”, con domande ai bambini su come si sentisse questo mostro. Trasformare le emozioni in colori è perfetto per questa età: concreto, visivo, immediato.
  3. Attività ai tavoli: Tre stazioni più brevi e semplici – la Medaglia dell’Amicizia, colorare il cuore, “Cosa dice il blu” (associare emozioni a colori).
  4. Il momento dell’oceano: Invece di rimanere seduti, siamo usciti all’aperto e abbiamo formato un grande cerchio. Abbiamo tirato fuori un grande lenzuolo azzurro e i bambini lo hanno mosso su e giù, lentamente, come le onde del mare. “Respiriamo con l’oceano dei sentimenti”: inspirare quando l’onda sale, espirare quando scende. La regolazione emotiva attraverso il respiro è diventata un gioco fisico e sensoriale.
  5. Chiusura narrativa: Siamo tornati nella sala e ho raccontato un breve racconto che consolidava quanto appreso: un bambino che vuole lo stesso gioco di una sua compagna, impara a respirare, ad ascoltare il suo cuore, a dire che è arrabbiato e ad arrivare insieme a una soluzione – fare a turno. Ho concluso dicendo a tutti i bambini: “Voi siete i guardiani del vostro cuore”.

Il risultato? La seconda sessione è stata un successo totale. Il “Termometro delle Emozioni” (uno strumento visivo dove i bambini posizionavano un adesivo colorato per indicare come si sentivano) ha registrato il 100% dei partecipanti nell’area “Felice” e “Benessere”.

Questo è “Inspect & Adapt” nella sua essenza: osservare il contesto, comprendere le differenze e adattare con coraggio. Non abbiamo aspettato di fallire; abbiamo anticipato il bisogno di cambiamento grazie all’esperienza acquisita.

 

Cosa ho imparato

Organizzare questo festival mi ha confermato una verità che spesso si dimentica nei nostri uffici: non esistono progetti senza persone, e non esistono persone senza emozioni.

Utilizzare strumenti come la WBS, il Risk Management e il Project Charter non serve a soffocare la creatività o l’umanità di un progetto. Al contrario, questi strumenti proteggono lo spazio per l’emozione, creando una cornice di sicurezza dentro cui le persone possono esprimersi autenticamente.

Essere “Agile” o essere un buon Project Manager non significa saper spostare post-it su una board. Significa integrare la disciplina del processo con la flessibilità del cuore. Significa saper leggere una WBS e contemporaneamente leggere il volto di un membro del team che sta attraversando un momento difficile. Significa capire che un ritardo sul Gantt può nascondere una tensione relazionale non risolta.

Se sono riuscito a farlo per un gruppo di bambini di 3-5 anni, mentre gestivo volontari improvvisati e un budget zero, non abbiamo più scuse per non farlo nei nostri contesti aziendali.

L’intelligenza emotiva non è un “nice to have” per i Project Manager. È il collante invisibile che trasforma un insieme di task in un progetto di successo, e un gruppo di persone in un team coeso.

E forse, proprio come con i bambini del festival, anche noi adulti abbiamo bisogno di fermarci ogni tanto davanti a un “Termometro delle Emozioni” e chiederci onestamente: “Come mi sento oggi? E come si sente il mio team?”

 

Di Marco Passarella

Hai mai avuto la sensazione che il tuo lavoro di Project Manager vada oltre i confini dell’approccio tradizionale? Che la tua capacità di adattarti al cambiamento, rispondere alle incognite e trovare soluzioni rapide sia qualcosa di speciale? Se ti rivedi in questa descrizione, forse stai già praticando l’Agile senza esserne pienamente consapevole.

In un mondo dove la trasformazione digitale e l’incertezza sono la norma, la credenziale PMI-Agile Certified Practitioner (PMI-ACP®) non è solo un attestato. È la chiave per mettere ordine nelle tue intuizioni, per dare una struttura a ciò che già fai sul campo. Ti permette di abbracciare l’Agile non come una tendenza, ma come un’estensione delle tue competenze professionali.

Oltre il predittivo: perché i Project Manager guardano all’Agile

Il Project Management predittivo ha dominato a lungo la gestione dei progetti. Tuttavia, molti professionisti hanno iniziato a percepirne i limiti, soprattutto nei contesti complessi e dinamici. Pianificazioni rigide, come il Gantt, diventano presto obsolete quando la realtà cambia rapidamente.

Se sei tra quelli che rivedono costantemente piani e priorità, che affrontano “dilemmi” invece di problemi chiari, allora stai già esercitando uno stile di leadership servente. La PMI-ACP® non ti insegna a reinventarti, ma a identificare e perfezionare ciò che già fai per gestire il cambiamento e guidare i team verso il successo.

La credenziale PMI-ACP: strutturare il cambiamento

La PMI-ACP® è molto più di una credenziale. È un viaggio formativo che ti consente di:

– Esplorare e padroneggiare diverse metodologie Agile come Scrum, Kanban, Lean e Extreme Programming (XP).

– Comprendere l’adattività: come gestire progetti dove il cambiamento è l’unica costante.

– Approfondire le Power Skills: capacità interpersonali come leadership, intelligenza emotiva e facilitazione, cruciali per costruire team ad alte prestazioni.

Invece di fermarti a un singolo framework, questa certificazione ti offre una panoramica completa delle pratiche agili, permettendoti di scegliere gli strumenti più adatti a ogni situazione.

Sei Agile Senza Saperlo? Ecco i Segnali

Molti Project Manager stanno già utilizzando l’Agile in modo inconsapevole. Ecco alcuni segnali che indicano che potresti essere uno di loro:

  1. Modifichi i piani regolarmente per rispondere a cambiamenti nei requisiti o alle richieste dei clienti.
  2. Usi strumenti collaborativi per migliorare la comunicazione tra i membri del team.
  3. Incoraggi l’innovazione e dai spazio alle idee dei tuoi collaboratori.
  4. Preferisci iterazioni rapide e consegne incrementali per raccogliere feedback prima possibile.

Se queste pratiche ti sembrano familiari, è il momento di formalizzarle con una certificazione che rifletta il tuo approccio al lavoro.

Cosa Include il corso PMI-ACP di Agile Made in Italy

La PMI-ACP® richiede almeno 28 ore di formazione sulle pratiche Agile, e il nostro percorso serve proprio a soddisfare questo requisito formativo. Inoltre, sono richiesti due anni di esperienza in progetti agili negli ultimi cinque anni (la credenziale PMP sostituisce questo requisito).

Ma cosa rende unico il nostro percorso di preparazione?

  1. Introduzione alle Metodologie Agile: Impari la storia e i principi di Agile, esplorando differenze e sinergie tra framework come Scrum, Kanban e Lean.
  2. Gestione del Prodotto: Dalla creazione di roadmap al raffinamento del backlog, fino alla definizione del valore di business.
  3. Leadership Agile: Strumenti pratici per motivare i team, facilitare la comunicazione e risolvere conflitti.
  4. Preparazione Esame PMI-ACP®: Simulazioni d’esame, analisi dei contenuti e consigli per superare con successo le 120 domande basate su scenari reali.

Perché PMI-ACP e Non Altre Certificazioni?

Ma perché ottenere la PMI-ACP® se hai già la certificazione PMP? La risposta è semplice: specializzazione. La PMP copre una panoramica generale di tutte le metodologie, compresi gli approcci agili, ma non scende nel dettaglio dei framework o delle tecniche specifiche. La PMI-ACP®, invece, si concentra esclusivamente sull’Agile, offrendo:

– Approfondimenti mirati sulle pratiche agili, come Scrum, Kanban, Lean, XP e molto altro.

– Tecniche avanzate per la gestione adattiva, essenziali per progetti ad alta volatilità.

– Metodologie e strumenti specifici per l’Agile, che nella PMP sono solo accennati.

La PMI-ACP® è una naturale estensione per chi ha già la PMP e vuole rafforzare il proprio profilo in ambienti altamente dinamici e complessi. Dimostra un impegno verso l’innovazione, un messaggio chiaro per datori di lavoro o clienti che cercano esperti in grado di navigare contesti moderni e imprevedibili.

Inoltre, a differenza di certificazioni focalizzate su singoli framework, come Scrum, la PMI-ACP® offre una visione olistica dell’Agile. Non si limita alla Delivery ma abbraccia l’intero ciclo di vita del progetto, dal concept alla finalizzazione.

Infine, se hai già la certificazione PMP, sei avvantaggiato nell’eligibilità per l’esame ACP, in quanto non dovrai dimostrare la tua esperienza di almeno due anni in progetti agili. 

Il ruolo del Project Manager nel futuro ibrido

La realtà lavorativa di oggi raramente si adatta a un approccio esclusivamente predittivo o agile. Sempre più spesso, i progetti richiedono una combinazione di entrambi: l’ibridazione. Un Project Manager preparato è colui che sa scegliere e combinare gli strumenti giusti per adattarsi al contesto specifico.

Con la PMI-ACP®, acquisisci una cassetta degli attrezzi versatile, capace di affrontare sia progetti altamente volatili che iniziative con un grado maggiore di stabilità.

Come iniziare il tuo percorso

Se hai deciso di intraprendere questo percorso di crescita, Agile Made in Italy offre un corso di preparazione completo, che include:

– Sessioni interattive: Nessuna diapositiva noiosa, solo esercitazioni pratiche e casi reali.

– Simulazioni d’esame per migliorare la tua preparazione e aumentare le probabilità di successo.

– Formatori esperti, con anni di esperienza in metodologie agili.

Sblocca il tuo potenziale Agile

Non si tratta solo di ottenere un attestato. La PMI-ACP® è un’opportunità per ridefinire il tuo ruolo e riconoscere il valore delle competenze che già stai sviluppando. È il momento di dare un nome e una struttura alle tue intuizioni.

Sei pronto a scoprire il tuo lato Agile? Visita la pagina del corso e inizia il tuo percorso verso la certificazione PMI-ACP® oggi stesso!

Di Anna Maria Pacileo

 

Ogni due anni il Project Management Institute (PMI) pubblica i risultati relativi allo stipendio medio dei Project Manager nel report Earning Power: Project Management Salary Survey. Siamo giunti alla dodicesima edizione e i dati di quest’ultima sono stati raccolti in 40 nazioni diverse da oltre 30.000 Project Manager, di cui 1.260 in Italia.

Incuriosita da questo report mi sono chiesta: ma quanto guadagna un Project Manager nel nostro Paese? Ho quindi estratto alcune informazioni a mio parere interessanti relativamente agli stipendi dei PM nazionali.

Prima scoperta, il compenso in questo settore dipende da una serie di fattori. Di seguito trovi alcune componenti dell’equazione retributiva:

 

Esperienza professionale

Ecco un estratto dei risultati relativi ai redditi in Italia riferiti agli anni di esperienza nel Project Management. In generale, più esperienza hai, più puoi aspettarti di guadagnare. Gli stipendi medi annui indicano un valore lordo, prima delle trattenute fiscali e sono riportati in Euro.

Certificazione

Un dato interessante estratto dal report è la differenza media di stipendio tra chi è certificato PMP® e chi non lo è: in Italia i partecipanti all’indagine certificati PMP® riferiscono di ricevere stipendi del 18% superiori in media rispetto ai Project Manager non certificati (16% è la percentuale calcolata sui 40 paesi intervistati).
Da notare che l’84% degli intervistati in Italia possiede una certificazione PMP®.
Ottenere una certificazione in questo campo, quindi, può aiutare a convalidare le tue capacità ed esperienze per i datori di lavoro. Questo può tradursi in uno stipendio più alto.

Fortunatamente non ci vuole molto prima che l’esperienza inizi a dare i suoi frutti in termini economici: Secondo il PMI, i Project Manager certificati con più di cinque anni di esperienza guadagnano uno stipendio base medio del 15% in più all’anno rispetto ai PM con esperienza inferiore.

Ruolo

Un’altra vista interessante è quella legata al ruolo: come era da aspettarsi, il range retributivo varia anche in base al livello di esperienza e di seniority nel ruolo che ricopri in ambito Project Management.

Industria

Il PM è una figura con competenze trasversali che possono trovare applicazione in molti settori. Ecco quanto guadagna un Project Manager italiano per settore, secondo il PMI.

Considerazioni finali

Lo stipendio di un Project Manager come avrai visto dipende da una serie di fattori, in questo articolo ne abbiamo evidenziati alcuni: l’esperienza professionale, il ruolo, le certificazioni, i settori industriali. Ma ci sono anche altri elementi che influiscono: le dimensioni della tua organizzazione, le dimensioni del team che gestisci, la complessità dei tuoi progetti in termini di budget. Tutti questi elementi possono influenzare il tuo reddito, così come il paese in cui decidi di lavorare. Ma quanto guadagnano i Project Manager nel mondo?
Secondo il PMI, i Project Manager guadagnano di più in Australia, Svizzera e Stati Uniti, con uno stipendio medio rispettivamente di $134.658, $133.605 e $108.000. Anche la Germania può essere una meta interessante con redditi medi annui di $107.000. All’opposto, i paesi in cui i Project Manager guadagnano meno sono Egitto, India e Cina, rispettivamente con $24.201, $27.052 e $27.156.

Se sei interessato a una esperienza all’estero oppure vuoi confrontare i dati italiani con quelli relativi ai 40 paesi intervistati dal PMI, ti invito a scaricare il report Earning Power: Project Management Salary Survey.

Buona lettura!