Categoria: Facilitazioni

Di Anna Di Girolamo

Il conflitto fa parte del gioco

La qualità con cui un team attraversa il disaccordo è uno dei segnali più affidabili della sua maturità e della sua efficacia nel tempo; il problema, infatti, non è il conflitto in sé ma il modo in cui viene gestito.
La mia esperienza nelle aziende mi ha portata nel tempo a costruire un “modello” che possa aiutare le squadre a stare nel conflitto in modo sano, costruttivo e generativo.
Quella che segue non vuole essere una guida da applicare in maniera standardizzata, ma un insieme di suggerimenti e buone pratiche per orientarsi in modo maggiormente consapevole.

  1. Costruire le premesse

La gestione del conflitto non inizia quando esplode. Inizia prima, quando il team definisce le proprie fondamenta relazionali condividendo esplicitamente tre elementi:
– gli obiettivi comuni che il team si sta impegnando a raggiungere
– i valori che guidano atteggiamenti, comportamenti e scelte del team
– le regole di ingaggio per i momenti di conflitto, ovvero cosa faremo/non faremo quando saremo in disaccordo.
Affinché funzioni, questi elementi devono essere esplicitati e condivisi da tutti i membri del team in un momento di calma e in assenza di tensioni, così da diventare la cornice di senso che guiderà i comportamenti; ad esempio, se un valore è il rispetto e una regola di ingaggio è quella di non alzare la voce, quando uno dei membri del team uscirà fuori strada, gli altri lo aiuteranno richiamando quanto concordato tutti insieme.

  1. Definire il perimetro

Una volta che il conflitto è in atto, è importante definirne chiaramente i contorni.
I conflitti mal gestiti si espandono: da un episodio specifico si passa ai giudizi sulla persona, da una discussione tecnica si arriva a tirare in ballo episodi di sei mesi fa.

Definire il perimetro significa tenere la conversazione ancorata a qualcosa di concreto e circoscritto: a quale situazione specifica ci stiamo riferendo? Non è una limitazione — è la condizione che rende la conversazione produttiva.

Un segnale da tenere d’occhio è il linguaggio delle generalizzazioni assolute: “non ascolti mai“, “arrivi sempre in ritardo”. Questi termini spostano il confronto dall’episodio alla caratterizzazione dell’altro, e la difensività diventa quasi inevitabile. Sostituire il mai e lo sempre con riferimenti puntuali è un atto di precisione che protegge la relazione.

  1. Orientarsi al risultato

Prima di entrare in una conversazione difficile, vale la pena porsi due domande: perché è importante gestire bene questo conflitto? E quale risultato vogliamo ottenere?

Non sono domande retoriche. Servono a spostare il fuoco dalla dinamica reattiva — chi ha torto, chi ha ragione — a una prospettiva orientata al futuro.

In questa fase aiuta distinguere tra la dimensione esplicita e quella implicita del conflitto. Gli elementi espliciti sono quelli dichiarati: i contenuti, le posizioni, le richieste. Quelli impliciti sono le motivazioni che spesso non vengono nominate: il bisogno di riconoscimento, la percezione di ingiustizia, il timore di perdere influenza. Lavorare su quello che sta sotto la superficie — gli interessi reali, non le posizioni di facciata — aumenta molto la probabilità di arrivare a soluzioni che reggono nel tempo.

  1. Chiarezza emotiva

La qualità di una conversazione difficile dipende molto da come ci si arriva.
Tre domande da farsi prima di entrare nel confronto.

La prima riguarda la relazione: come voglio che l’altro si senta nel corso di questa conversazione? Sentirsi rispettato e ascoltato — non necessariamente d’accordo — è la condizione che facilita l’apertura. Identificare in anticipo gli atteggiamenti e le parole che possono produrre questo effetto è un lavoro di preparazione tanto importante quanto definire i contenuti.

La seconda riguarda il linguaggio: quali parole è utile usare? Le parole non sono neutre. Descrivere un comportamento è strutturalmente diverso da valutare una persona. La consapevolezza emotiva — riconoscere e regolare le proprie emozioni prima di agire — è una competenza decisiva nei contesti ad alta tensione relazionale.

La terza è una verifica di coerenza: quello che sto per fare e dire è allineato con i valori e le regole che ci siamo dati? Non è un controllo formale. È il momento in cui si decide se si vuole davvero gestire il conflitto, o semplicemente vincerlo.

  1. Creare il contesto

Anche il contenuto più ben preparato può naufragare se il contesto non è favorevole.

Il primo elemento è la scelta del momento. Una conversazione difficile sotto pressione, a fine giornata, o in uno spazio pubblico raramente porta da qualche parte. Scegliere un momento adatto per tutti è un atto di rispetto — e di strategia.

Il secondo è l’orientamento all’ascolto. In una conversazione tesa, l’impulso naturale è difendere la propria posizione o prepararsi alla risposta mentre l’altro sta ancora parlando. Invertire questa tendenza — ascoltare per capire, non per replicare — è una delle competenze più difficili e più decisive nella gestione del conflitto.

Il terzo è un cambio di prospettiva: si entra nella conversazione non per difendere le proprie posizioni, ma per riconoscere quelle dell’altro. Riconoscere non significa concordare: significa che l’altro si sente visto. È spesso il passaggio più controintuitivo, e quasi sempre quello che sblocca le situazioni di stallo.

L’obiettivo di questi passaggi non è quello di evitare o ridurre i conflitti, ma quello di dare al team degli strumenti per attraversarlo in modo efficace; le cinque fasi non sono rigidamente sequenziali: alcune si sovrappongono, altre richiedono di essere rivisitate, altre ancora verranno inizialmente agite con poca convinzione per poi diventare più efficaci col tempo. Quello che le tiene insieme è un’idea di fondo: ogni conflitto ben gestito consolida le dinamiche di team. Il tempo, l’allenamento e la pazienza trasformeranno i momenti di divergenza in opportunità di crescita – personale e di squadra.

Di Alessandro Ingrosso

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Cosa ci raccontano davvero le organizzazioni che prosperano nel disordine

“Può un’azienda avere successo anche se è destrutturata e disorganizzata?”

“La risposta secca è: sì.”

È da qui che parte la conversazione. Una domanda provocatoria che apre una breccia nel muro delle verità aziendali non dette.

Siamo abituati a pensare che organizzazione, metodo e processi siano sinonimo di successo. Eppure, esistono aziende che prosperano nel disordine. Con modelli arcaici, leadership verticali, cultura del sacrificio. E performano. Vendono. Crescono.

Come è possibile? E soprattutto: fino a quando?

 

1. Il paradosso dell’inefficienza redditizia

“Ci sono aziende che producono prodotti e servizi di successo completamente destrutturate e disorganizzate.”

Il fenomeno è più diffuso di quanto crediamo. Un buon prodotto, un mercato favorevole, persone disposte a darsi oltre il limite, e magari un pizzico di posizione dominante… ed ecco che tutto sembra funzionare.

Ma a quale prezzo?

La verità scomoda è che molte organizzazioni funzionano nonostante il loro modello, non grazie ad esso. Il costo rimane spesso invisibile nei bilanci: persone esauste, iniziative improvvisate, crescita non strutturata, incapacità sistemica di evolversi. È come guidare un’auto senza freni: finché la strada è dritta, tutto va bene.

 

2. La trappola dell’eroismo quotidiano

“Io mi ricordo tutti i weekend trascorsi a lavorare. Non mi davo limiti, perché era per una giusta causa.”

L’eroe aziendale è ancora il nostro mito di riferimento. Colui che lavora fino a tardi, risolve emergenze, si annulla per l’obiettivo. Una narrazione potente ma tossica che genera una cultura pericolosa: quella che premia chi rimedia invece di chi previene, chi si sacrifica invece di chi costruisce con equilibrio.

Il problema del contratto scaduto

Questa cultura si regge su un patto implicito ormai obsoleto: “Sacrificati oggi, sarai ricompensato domani.” Ma le nuove generazioni questo contratto non lo firmano più. Non per pigrizia, per lucidità. Hanno capito che il sacrificio senza senso non è dedizione, è autolesionismo organizzativo.

Il burnout non è un effetto collaterale del successo. È il sintomo di un sistema malato che confonde l’intensità con l’efficacia.

 

3. Il mito del leader onnisciente

“Il leader che ha tutte le risposte oggi non è più compatibile con lo scenario attuale.”

Resiste tenacemente l’idea del capo che sa tutto, decide tutto, non sbaglia mai. È la figura del “grande uomo” (e perché mai non “grande donna”?), ancora profondamente radicata nella cultura aziendale italiana.

Ma in un mondo VUCA (volatile, incerto, complesso, ambiguo), questa figura non guida. Paralizza.

Il problema non è solo culturale, è matematico: nessun cervello umano può processare la complessità del business moderno. Chi prova a farlo crea colli di bottiglia decisionali che rallentano tutto il sistema.
“La maggior parte dei manager pensa: questa roba non è per me. È per gli altri.”

E qui sta l’ironia tragica: proprio chi dovrebbe guidare la trasformazione si considera immune dal bisogno di cambiare.

 

4. Dal controllore al coltivatore di potenziale

“Se il team è autonomo… io cosa ci sto a fare?”

La domanda rivela la crisi di identità più profonda del management contemporaneo. La trasformazione più urgente riguarda proprio il ruolo manageriale: da direttore di persone a architetto di contesti.

Il nuovo manager non dice cosa fare, ma facilita il processo:

– Fa le domande che generano riflessioni, invece di dare risposte

– Ascolta per comprendere, non per replicare

– Crea fiducia invece di controlli

– Sviluppa capacità invece di dipendenze

Non è semplice. Richiede abbandonare lo status, rinunciare al micro-management, accettare che il proprio valore non si misura dal numero di decisioni prese ma dalla qualità dei risultati ottenuti dal team.

Ma è l’unica via per restare rilevanti in un mondo che cambia più velocemente delle nostre certezze.

 

5. Micromanagement: quando il controllo tradisce l’insicurezza

“Io conosco le mie persone: se le lascio andare, non lavorano.”

Dietro questa frase si nasconde spesso una verità non detta: il micromanagement raramente nasce dalla sfiducia nel team. Nasce da una crisi di identità del manager stesso.

Quando non sai più quale sia il tuo valore aggiunto, controllare diventa un modo per sentirsi utili. Ma non è leadership, è paura travestita da rigore. E genera un circolo vizioso: più controlli, meno le persone si responsabilizzano. Meno si responsabilizzano, più senti il bisogno di controllarle.

Il paradosso del controllo: più stringi il pugno, più sabbia ti scivola tra le dita.

 

6. Il teatro del cambiamento

“Abbiamo fatto il ponte tibetano… poi siamo tornati in ufficio e tutto è rimasto uguale.”

L’industria della formazione aziendale è piena di interventi ben confezionati, emozionanti, motivazionali. Team building, workshop creativi, percorsi esperienziali che promettono trasformazioni miracolose.

Ma spesso sono solo teatro.

Questi interventi non toccano mai le leve del potere reale: processi decisionali, distribuzione del budget, strutture organizzative, sistemi di incentivazione. Sono esperienze temporanee, non trasformazioni strutturali.

È come ridipingere le pareti di una casa con le fondamenta che cedono: l’effetto è immediato, ma il problema rimane.

 

7. La grande disconnessione generazionale

“Le aziende non riescono a trattenere i giovani perché il sacrificio iniziale non è più un valore.”

Non è vero che “i giovani non hanno voglia di lavorare”. Semplicemente non hanno voglia di lavorare così.

La nuova generazione di lavoratori ha aspettative diverse e non negoziabili:

Senso prima del salario

Autonomia prima dell’autorità

Impatto prima della carriera

Equilibrio prima del sacrificio

Quando non trovano questi elementi, non si rassegnano. Se ne vanno. Non per capriccio, per coerenza.

Chi vuole attrarre e trattenere talento oggi deve smettere di raccontare la favola della gavetta e iniziare a progettare contesti che abbiano significato. Da subito, non dopo anni di paziente sopportazione.

 

8. La maledizione del successo

“Stiamo andando bene. Perché dovremmo cambiare?”

Questa frase è più pericolosa di qualunque crisi. È il sintomo della trappola del privilegio: quando tutto funziona, nessuno vuole mettere a rischio lo status quo.

Ma c’è un problema: nel business, come in natura, chi non si adatta si estingue. E quando arriva la necessità di cambiare, spesso è già troppo tardi.

Le aziende che evolvono sono quelle che coltivano il dubbio anche nei momenti migliori. Quelle che hanno il coraggio di agire prima che sia necessario, non quando è disperato.

 

9. Il punto cieco della leadership

“Ma perché non c’è anche il mio capo qui?”

La trasformazione vera non si realizza se chi guida resta spettatore del processo. È il punto cieco più grande delle iniziative di change management: troppi leader pensano che il cambiamento sia una questione operativa da delegare agli altri.

Ma la cultura si plasma dall’esempio, non dalle slide.

Se non cambiano i comportamenti di chi sta in alto, tutto il resto è solo rumore. È come pretendere che i figli smettano di fumare mentre i genitori continuano a farlo.

 

10. Verso una nuova bussola: la felicità strategica

“Tutto questo ci spinge a continuare… per cercare qualcosa che ci renda felici.”

Il lavoro non può più essere solo un mezzo di sopravvivenza economica. Per le nuove generazioni deve diventare uno spazio dove:

– Si cresce professionalmente e umanamente

– Si appartiene a qualcosa di più grande

– Si costruisce senso e impatto

– Si può anche essere felici

Non è utopia new age, è strategia di business a lungo termine. Perché le persone migliori non restano dove si fa solo carriera. Restano dove vale la pena esserci.

E in un mercato del lavoro sempre più competitivo, la capacità di attrarre e trattenere talento diventa l’ultimo vantaggio competitivo sostenibile.

 

11. Disobbedienza gentile: l’arte del cambiamento dal basso

“Non sei sbagliato. Semplicemente stai vedendo qualcosa che gli altri fanno finta di non vedere.”

Il cambiamento non inizia sempre con un budget o un mandato dall’alto. Spesso inizia con una persona che non accetta più il gioco. Che disobbedisce con grazia, che mette in discussione con lucidità, che costruisce spazi nuovi anche all’interno del sistema esistente.

È quello che possiamo chiamare leadership senza autorità: la capacità di influenzare e trasformare anche quando non hai il potere formale per farlo.

 

Conclusioni: oltre l’eroismo, verso il coraggio sistemico

Il futuro del lavoro non ha bisogno di eroi solitari che si immolano sull’altare della produttività. Ha bisogno di persone coraggiose, consapevoli, capaci di fare un passo in più verso la trasformazione.

Anche se nessuno lo chiede. Anche se non è facile.
Anche se sembra che funzioni già… così com’è.

Perché il “così com’è” di oggi potrebbe essere il “così era” di domani. E quando quel domani arriverà, sarà troppo tardi per iniziare a cambiare.

La vera domanda non è se le dis-organizzazioni possano avere successo. È se possano averlo a lungo, e a quale prezzo umano.

La risposta, questa volta, non è così secca.

Questo articolo nasce da una personale riflessione sui paradossi del lavoro contemporaneo. Se hai riconosciuto la tua organizzazione in queste pagine, non sei sbagliato. Semplicemente stai vedendo qualcosa che molti preferiscono ignorare.

📚 Bibliografia

Beer, M. & Nohria, N. (2000). Cracking the Code of Change

Bowman, S. (2009). Training from the Back of the Room

Christensen, C. M. (1997). The Innovator’s Dilemma

Cialdini, R. (2001). Influence

Haidt, J. (2006). The Happiness Hypothesis

Hamel, G. (2007). The Future of Management

Heifetz, R. (1994). Leadership Without Easy Answers

Isaacs, W. (1999). Dialogue and the Art of Thinking Together

Kegan, R. & Lahey, L. (2009). Immunity to Change

Kotter, J. (1996). Leading Change

Laloux, F. (2014). Reinventing Organizations

Lencioni, P. (2002). The Five Dysfunctions of a Team

Pink, D. H. (2009). Drive: The Surprising Truth About What Motivates Us

Schein, E. H. (1993, 2010). Organizational Culture and Leadership

Sinek, S. (2009). Start With Why

Taleb, N. N. (2012). Antifragile

Twenge, J. M. (2017). iGen

🌐 Sitografia

Corporate Rebels

Dan Pink – Drive

Gallup Workplace

Harvard Business Review

Start With Why

 

Di Valentina Coradeghini

Se qualcuno mi avesse detto cosa avrebbe comportato diventare manager, non so se sarei stata disposta a farlo. Erano già diversi anni che lavoravo in azienda ed ero cresciuta come figura professionale fino ad un buon grado di seniority, come si dice appunto in gergo aziendale.

Avevo cambiato direzione e management e avevo avuto significative occasioni per mettermi in gioco e propormi su diversi progetti paralleli a quelli che solitamente seguivo.

Probabilmente in queste occasioni devo aver dimostrato qualcosa che andava oltre l’expertise tecnica, perché vuoi o non vuoi ho sempre dovuto lavorare con gli altri, in un team. A volte mi sono trovata naturalmente a guidare, a tirare le fila, a strutturare in qualche modo un pensiero collettivo e dei processi.

E così, sono iniziati alcuni discorsi su un mio futuro impegno nel coordinamento di alcuni team dell’area. Lì per lì ero davvero lusingata, perché mi sono resa conto che cambiare semplicemente management poteva ribaltare completamente la percezione della professionista che ero. Per la prima volta qualcuno scommetteva su di me un passaggio importante e non potevo che esserne infinitamente grata.

Poi però a queste forti emozioni di riconoscenza si sono affiancate quelle di una autentica fifa blu. Sarei stata in grado di affrontare una sfida così grande?

Non era la prima volta che mi trovavo a gestire un cambiamento importante.  

Quando aspettavo la nascita di mia figlia Rebecca, da brava secchiona, mi ero preparata leggendo diversi testi sulla natalità, neonati, tate professioniste, psicologi, pedagogisti e chi più ne ha e più ne metta. Ma quando sono passata dalla teoria alla pratica, di fronte ad una neonata di pochi giorni che piangeva ininterrottamente, senza riuscire a calmarla in nessun modo, il panico è stato evidente. Con mio marito ci chiedevamo: ”Ma dov’è il libretto di istruzioni?”

Ecco, se posso fare un parallelismo, quella stessa sensazione l’ho ritrovata nella mia promozione a manager.

Diventare manager comporta una serie di sfide che testano le tue capacità su più fronti. La gestione del tempo, delle persone e delle strategie richiede non solo di sviluppare velocemente nuove competenze, ma anche una profonda capacità di introspezione e adattamento. La gestione di un team, con tutte le sue dinamiche interpersonali, emerge come uno degli aspetti più complessi. Ogni decisione, ogni feedback, ogni momento di conflitto diventa un’opportunità di crescita.

Stiamo parlando di un cambiamento molto importante. Scritto adesso, con l’esperienza e la consapevolezza di quello che è stato questo percorso, rimango stupita dalla trasformazione che questo passaggio richieda. Si tratta di un percorso di crescita personale e professionale, ricco di sfide, emozioni intense e soprattutto apprendimenti.

Ecco quando devi avvitare una vite e hai a disposizione solo un martello è tosta.

Magari leggendo il libretto di istruzioni potresti apprendere che il martello non è lo strumento adatto ma serve un particolare cacciavite e come riuscire a procurartelo.

Mi sono resa conto che, senza gli strumenti adatti, il rischio di fare danni era concreto.

Così dopo un primo momento di confusione, ho iniziato a cercare attivamente quel cacciavite, di cui non conoscevo ancora le sembianze. L’ho composto grazie al supporto di tante voci: mentori, coach, corsi di formazione che mi hanno permesso di fare un salto di mindset. Da questo punto di svolta, tutto il resto si è messo in fila e ha lasciato spazio ad un flusso armonioso che si intersecava nella complessità dei progetti.

Penso che uno dei migliori “cacciaviti” che ho portato nel mio modo di intendere il lavoro e creare un ambiente sano e stimolante dove liberare il potenziale delle persone, sia stato il mio avvicinamento ai principi Agili. In quegli anni in azienda era nato da poco un nuovo software center che lavorava completamente in agile. Diversi team di sviluppo si sfidavano in un ambiente molto creativo e colorato a colpi di kanban, sprint, story point. Da loro, generosi nel raccontarsi ed aprire il loro mondo agli altri, ho appreso un nuovo modo di approcciare al team come manager, un nuovo modo in cui il team si considera responsabile e autonomo, un nuovo modo che utilizza lo scambio e feedback costruttivi e vuole migliorare continuamente.

Dopo qualche mese, la soddisfazione ha iniziato ad essere una nuova emozione che faceva capolino e che diventava sempre più frequente ed intensa. Quello che riuscivo a fare accadere con il team, come trovare nuovi modi di lavorare e ottenere risultati sempre più soddisfacenti, andava via via ad alimentare un circolo virtuoso in cui sia io che i miei colleghi ricevevamo una iniezione di energia e motivazione che ci spingeva a dare sempre qualcosa in più per il bene del contenuto prodotto per i nostri clienti. L’espressione della passione per il proprio lavoro era evidente.

Quando ho iniziato a vedere che gli ingranaggi giravano correttamente e in modo autonomo, ho avuto la netta percezione che il mio lavoro avesse raggiunto un grande traguardo.

E da lì ho capito una lezione molto importante: il manager gestisce le persone e i processi, rischiando una funzione controllante, mentre il leader agevola la creazione di un team autonomo, responsabile a cui dà fiducia e che vive armoniosamente in un sistema più complesso. Guidare un team verso una visione condivisa, ispirare e motivare, significa trasformare l’ambiente di lavoro in un luogo dove ogni persona può realizzarsi e contribuire al successo comune.

Questo passaggio da manager a leader ha definito meglio la direzione del mio percorso e il mio approccio alle relazioni professionali.

Diventare un leader non è solo un avanzamento di carriera; è un’avventura personale e professionale che trasforma profondamente chi siamo e come influenziamo il mondo intorno a noi. Se qualcuno mi avesse detto cosa avrebbe comportato e mi avesse rassicurato sul viaggio sfidante ma al tempo stesso meraviglioso, la paura avrebbe lasciato spazio all’entusiasmo. 

E tu a che punto sei?
Se ti trovi in un momento di trasformazione e vuoi approfondire come affrontare un cammino simile al mio e trovare il giusto supporto per le tue sfide professionali, lascia i tuoi contatti se vuoi ricevere dei consigli per il tuo percorso professionale.