Di Pietro De Poda
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Mi sentii sollevato quando, quasi 20 anni fa, nelle prime fasi di un progetto Oil & Gas, il Project Planner mi mostrò il “manuale delle rese standard”: un tomo enciclopedico di centinaia di pagine che elencava tempi e risorse necessari per ciascuna attività di cantiere. Ero ancora “sbarbatello” e pensai che, finalmente, molte delle difficoltà che stavamo incontrando nella fase di pianificazione sarebbero svanite. Con quel riferimento, saremmo riusciti a definire un programma lavori accurato e affidabile, una bussola capace di guidarci fino alle fasi finali di commissioning dell’impianto, previste a quasi quattro anni di distanza.
Immaginavo che, grazie a quel piano dettagliato, avremmo potuto monitorare con precisione l’avanzamento delle attività, confrontare i risultati effettivi con quelli pianificati e, se necessario, correggere tempestivamente la rotta per mantenere il progetto allineato al nostro piano.
Del resto, questo approccio predittivo, di tipo waterfall, rappresenta la prassi consolidata nel settore delle costruzioni: una conseguenza naturale di contratti definiti dopo lunghe negoziazioni con il cliente e vincolati da scope, tempi e costi rigidamente fissati.
Tuttavia, nel corso dell’esecuzione, emersero numerose problematiche. Nonostante i nostri sforzi di pianificazione, gli eventi si rifiutarono di rimanere fedeli al piano originale, costringendoci più volte a ricalcolare la rotta inseguendo continuamente un nuovo equilibrio.
I limiti dell’applicazione di un modello puramente predittivo furono ancora più evidenti con l’aggiudicazione di un contratto internazionale per la realizzazione di un impianto per testare turbine aeree. Inizialmente tutto sembrava relativamente lineare, come tanti altri progetti che avevamo sviluppato fino a quel momento: dovevamo progettare e costruire edifici e impianti ausiliari per ospitare il banco di prova delle turbine. Ma presto emerse il paradosso. Oltre a gestire le opere civili e gli impianti di servizio, avevamo la responsabilità di coordinare lo sviluppo del vero cuore tecnologico dell’impianto: il banco prova, affidato ad una società americana specializzata, non era un componente standard, bensì un prototipo da progettare ex-novo.
In sostanza, la parte tecnologica doveva ancora “nascere” attraverso simulazioni, test e continue iterazioni, mentre i tempi di progetto imponevano di avviare subito la progettazione esecutiva e, a stretto giro, la costruzione in cantiere delle strutture civili e degli impianti ausiliari la cui definizione, tuttavia, dipendeva dal cuore tecnologico ancora in via di definizione. Era il 2013 e ricoprivo il ruolo di Project Manager proprio per il Work Package del banco di prova e ricordo quando il progettista civile mi chiese rassegnato: “Pietro, quanto lo devo fare grande questo edificio? Ho gli operai in cantiere pronti a gettare il cemento!” e la mia risposta fu il più classico “IKIWISI – I Know It When I See It”.
Nonostante tutto, il progetto fu completato con successo: questo fu possibile soprattutto grazie all’autonomia del team di progetto, alla rapidità decisionale e alla motivazione del team che era molto unito e affiatato. Tuttavia, ci fu una lunga coda di richieste di compensazione e tensioni con il cliente che, di fatto, esprimevano lo scostamento fra lo scope of work contrattuale e quello che era stato effettivamente realizzato.
Dopo questa esperienza, iniziai ad interessarmi ad altre modalità di gestione dei progetti. Mi appassionai al mindset agile e riuscii finalmente a collegare tutti i puntini delle mie precedenti esperienze in ambiti diversi. Attraverso il framework Cynefin di Dave Snowden, capii che gli aggettivi “complicato” e “complesso” sono solo apparentemente sinonimi, ma realmente indicano mondi molto diversi: nei contesti complicati esiste una relazione causa-effetto che richiede una competenza specialistica per essere individuata, mentre nei contesti complessi i rapporti di causa-effetto sono conoscibili solo a posteriori, cioè dopo avere sperimentato in modo empirico.
Questa distinzione mi permise di comprendere con maggiore chiarezza ciò che, anni prima, avevamo inconsapevolmente affrontato nel progetto dell’impianto per testare le turbine aeree. In quell’occasione, avevamo gestito l’iniziativa con un approccio puramente predittivo, convinti di operare in un contesto “complicato”, mentre in realtà ci trovavamo di fronte a una situazione ibrida: una parte effettivamente “complicata” – la costruzione dell’edificio e degli impianti ausiliari – e un nucleo fortemente “complesso”, rappresentato dalla progettazione del banco prova.
Per descrivere in modo efficace questo equilibrio dinamico tra pianificazione e adattamento, mi è naturale ricorrere ad una metafora ispirata alla mia passione per l’alpinismo: la scalata in alta montagna.
Prima di attaccare la parete, c’è una fase di pianificazione rigorosa: si definisce l’obiettivo, si studia il meteo, si seleziona l’attrezzatura, si definisce la via di ascesa, si identificano i rischi (valanghe, meteo avverso, ecc.) e le vie di fuga, si stabiliscono obiettivi intermedi e l’orario massimo per essere in vetta per iniziare il rientro prima che diventi buio. È la componente waterfall, in cui il successo dipende dalla solidità del piano.
Ma appena il primo chiodo entra nella roccia, il contesto cambia. La cordata deve ascoltare la parete, leggere gli appigli, fidarsi l’uno dell’altro, improvvisare quando la via pianificata si rivela troppo rischiosa, sostenersi reciprocamente quando la vetta sembra lontana e gli ostacoli insormontabili. È la dimensione agile dell’alpinismo – e del lavoro di squadra – dove il successo finale dipende dalla capacità di adattarsi, sperimentare e ricalibrare continuamente. Come scrive l’alpinista Daniele Nardi, uno dei principali esponenti dello stile “agile” in montagna, nel suo libro postumo La via Perfetta: “Mi devo guadagnare ogni passo per prova ed errore (…), costruisco una visione libera dell’andare in montagna, fatta di una miriade di sbagli e tentativi andati a vuoto”.
L’approccio ibrido alla scalata – come ad ogni progetto complesso – vive quindi sull’equilibrio dinamico tra disciplina del piano e libertà d’esecuzione, tra rigore del metodo e apertura all’adattamento. Il raggiungimento della vetta è il risultato dell’incontro tra la visione strutturata tipica dell’alpinista pianificatore delle grandi spedizioni himalayane degli anni ’50 e lo stile alpino degli anni ’80: agile, esplorativo e leggero.

Figura 1 – Il Cynefin di Dave Snowden spiegato con l’alpinismo
La vetta ambiziosa si raggiunge se esiste una pianificazione solida, ma anche con la capacità di saper interpretare il momento e decidere con consapevolezza nell’incertezza. Come ricorda ancora Daniele Nardi: “L’azzardo è come hai calibrato ogni cosa: l’energia fisica, la massa muscolare che hai costruito in allenamento, la reazione del tuo corpo, quanto riesci a portare sulle spalle, l’intelligenza che metti nel preparare lo zaino, la pianificazione della spedizione, la capacità di adeguarti all’imprevisto. La bravura di un alpinista si misura nel bilanciamento e nella cura di tutte queste variabili”.
Immagino ogni progetto come una scalata: non tutti i percorsi si affrontano con lo stesso stile. Alcuni richiedono l’installazione di corde fisse, campi base e piani dettagliati; altre, leggerezza e capacità di adattamento. Forse la vera maturità di un leader non è saper controllare tutto, ma accettare di non poterlo fare e imparare a supportare il team in un equilibrio dinamico tra previsione e scoperta. La sfida non è scegliere tra Waterfall o Agile, ma saperli combinare in modo intenzionale e consapevole all’interno del progetto: un approccio ibrido che valorizza la pianificazione senza soffocare l’apprendimento, e che trasforma l’incertezza in un vantaggio competitivo.
È da qui che parte la conversazione. Una domanda provocatoria che apre una breccia nel muro delle verità aziendali non dette.














A un certo punto della storia siamo stati proprio bravi.


